Storia dell’alambicco, la ricerca della quintessenza

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Nel Medioevo, le tecniche di distillazione migliorarono, ma acquistarono una dimensione prima curativa e poi mistica, alla ricerca dello “spirito puro”, ovvero la QUINTESSENZA.

Fin dai tempi remoti l’essere umano è stato capace di produrre alcool attraverso la fermentazione di prodotti zuccherini, ad esempio il mosto d’uva o il vino. Tuttavia, il vino aveva un tasso alcolico generalmente compreso tra i 10° e 15°: solo attraverso la tecnica della distillazione era possibile creare bevande con una maggiore concentrazione alcolica.

ALCOHOL E ACQUA VITAE

Distillazione dell’acqua vitae

Secondo le fonti a nostra disposizione, ciò avvenne per la prima volta in Italia intorno alla metà del XII secolo. Un manoscritto dell’epoca contiene quella che finora si può considerare la più antica ricetta dell’alcool distillato:

«Mescolando vino fortissimo e puro con tre parti di sale e riscaldandolo in recipienti adatti allo scopo, si ottiene un’acqua infiammabile».

La prima letteratura specifica sulla distillazione e sugli alambicchi sorse però in Italia tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, quando il maiorchino Raimondo Lullo, iscritto alla facoltà di Medicina dell’Università di Bologna e allievo del grande professore Taddeo Fiorentino, in uno dei suoi appunti utilizza per la prima volta la parola «alcohol».

Il primo apparato che distillava acquavite dal vino si deve però al medico Michele Savonarola da Padova, prozio del famoso monaco bruciato vivo a Firenze: ce ne parla nel suo trattato De Conficienda Aqua Vitae, risalente al XVI secolo. Nello stesso periodo anche Leonardo da Vinci di interessò di distillazione, perfezionando il raffreddamento dei vapori in uscita dalla caldaia e consentendo alla selezione e separazione dei liquidi prodotti dalla condensazione dei vapori.

Siamo ancora però nel periodo in cui l’acquavite era utilizzata come medicina (acqua vitae, cioè acqua di vita) e non come bevanda corroborante. La Scuola Salernitana, forse la più celebre università di medicina del tempo, consideravano grappe e acquaviti al pari di elisir miracolosi, vere e proprie medicine contro malanni e malattie infettive.

IL QUINTO ELEMENTO

Il laboratorio dell’Alchimista

Col passare del tempo, la parola alcool cambiò significato, sino ad essere attribuita a qualsiasi “materia sottile” che rappresentasse la vera «essenza delle cose». Tra il XIV e il XV secolo si diffuse il concetto di quinta essentia: l’alcool era considerato il quinto elemento vitale della Terra, insieme ad acqua, aria, terra e fuoco. Gli alchimisti sostenevano che il liquido ottenuto per distillazione conteneva una concentrazione degli elementi essenziali di qualsiasi sostanza, le cui caratteristiche e proprietà risultavano determinate dal suo “spirito”.

Tali liquidi erano quindi considerati molto attivi e potenti, in grado di infondere nuova vita ai corpi usurati dall’invecchiamento. Opinione mutuata dall’abitudine di servire distillati agli agonizzanti, per rivitalizzarli e consentire loro di esprimere le ultime volontà.

Gli alchimisti credettero che l’alcool, quintessenza del vino, fosse un elemento in grado di estrarre le virtù assolute, le essenze delle piante, con applicazioni miracolose e curative.

Gli alchimisti conferivano ai distillati capacità di trasmutazione della materia. Così come il mercurio, unico metallo che si può distillare, si depositava come patina argentata sulla superficie dei metalli vili (veniva chiamato “spirito dell’argento), così Paracelso, nel ‘500 si riferiva all’all’alcohol vini per indicare l’essenza del vino. Non solo. Alcuni alchimisti – tra cui il sopracitato Raimondo Lullo –  ritenevano che le quintessenze di tutti gli spiriti terrestri potessero essere isolate e concentrate attraverso la distillazione: la funzione dell’alcool era quella di estrarre dalle sostanze, in particolare dalle piante, le loro quintessenze, i loro afrori, le loro virtù mediche e assolute.

L’ALAMBICCO “INTERIORE”

Simboli alchemici e spirituali nel libro di Abraham Eleazar

L’invenzione della stampa favorì la diffusione dei trattati alchemici e dell’uso dell’alambicco. Più che strumento tecnologico però, questo acquisiva dimensioni allegoriche e spirituali. L’opera alchemica, si sviluppa grossomodo su quattro livelli: il lavoro fisico sulle sostanze, l’esperienza e la manipolazione delle forze eteriche, gli aspetti cosmologico-planetari e il lavoro interiore sull’anima, aspetto quest’ultimo in cui l’alambicco sarà inserito. Quando gli alchimisti tentano di approcciare il mondo interiore mediante l’uso una rappresentazione simbolica – immaginano d’estrarre un’essenza da uno dei processi interiori, purificandola e raccogliendola come risorsa introspettiva a cui attingere – ecco che l’alambicco divenne il loro oggetto-feticcio, simbolo della loro esperienza interiore e della loro ricerca.

Già nel 1566, in uno dei suoi Tischreden (Discorsi a tavola) raccolti dal discepolo Johannes Mathesius, il “padre” della Riforma protestante Martin Lutero utilizza l’alambicco come metafora per descrivere il comportamento che Dio terrà nei confronti degli uomini:

«Infatti come il fuoco estrae e separa ciò che è ottimo e precisamente la vita stessa e lo spirito stesso e li trasporta in alto perché occupino il posto più elevato, lasciando invece la materia in basso […] così anche Iddio, mediante l’ultimo giorno e il Giudizio, separerà, come il fuoco, i giusti dagli ingiusti: quelli ascenderanno al cielo e saranno vivi, questi invece scenderanno all’inferno e lì staranno morti».

Una tradizione spirituale dell’alambicco, quest’ultima, che avrà ripercussioni fino ad età illuministica inoltrata. Quando, come nel trattato alchemico dell’astrologo e filosofo Abraham Eleazar datato 1734, l’alamicco alchemico diviene lo strumento capace di compiere quel movimento ascensionale capace di depurare e purificare: in una parola, redimere l’umanità dal peccato originale

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