Breve storia del Vermouth

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Il Vermouth è storia, mito ed evoluzione del bere italiano. Simbolo della Belle Époque nostrana, esportato ed imitato in tutto il mondo, oggi viene riscoperto e valorizzato attraverso un nuovo disciplinare, il Vermouth di Torino, che lo riporta alle origini.

Il 2017 verrà ricordato come un anno importante per il Vermouth piemontese. Ad aprile, è stato approvato il disciplinare di tutela del Vermouth di Torino, che ha criteri qualitativi decisamente più restrittivi e tenta di valorizzare un’eccellenza nata nella capitale sabauda verso la fine del XVIII secolo e giunta a notorietà internazionale nei secoli successivi.

Il Vermouth di Torino è il punto di arrivo (e di ripartenza) del più celebre vino aromatizzato al mondo, utilizzato per innumer

evoli cocktail, apprezzatissimo on the rocks, simbolo stesso del bere italiano e della Belle Époque grazie al suo spirito modaiolo, spensierato e decisamente vintage.

IL VERMOUTH DI TORINO

Il Vermouth di Torino deve essere prodotto in Piemonte, con ingredienti per almeno il 75% italiani. Non ci sono preferenze di vitigno, che potrà essere a bacca bianca o rossa. Se un vitigno supererà il 20% del totale, potrà essere indicato in etichetta. Molti produttori potranno finalmente scrivere Moscato o Cortese sul loro prodotto, cosa finora proibita. Le artemisie dovranno essere di esclusiva provenienza piemontese, e dovranno essere presenti per 0,5 grammi/litro, fatto che rende il Vermouth di Torino più amarognolo di quelli internazionali. Il disciplinare prevede un grado alcolico minimo di 16 gradi e una versione Superiore, di 17 gradi, i cui vini impiegati dovranno provenire soltanto dal Piemonte.

Artemisia per il Vermouth

La pianta dell’Artemisia, ingrediente principale e amaricante del Vermouth

 

UN “GOCCIO” DI STORIA

Anticamente, in alcune aree del Piemonte, il vermouth veniva prodotto nel periodo invernale, in botti di medie dimensioni che venivano esposte al freddo, in modo che l’infusione tra vino ed erbe fosse lenta. Si miscelavano vino, alcol e diverse erbe, una ricetta segreta tramandata in famiglia. La fortificazione mediante alcool era necessaria perché i vini bianchi utilizzati non erano eccessivamente alcolici, mentre divenne una pratica meno frequente quando si iniziarono ad utilizzare i vini provenienti dal Sud Italia. In Piemonte, si utilizzavano soprattutto vino da uve moscato e cortese, a cui si aggiungevano erbe locali quali artemisia, achillea, camomilla, issopo, santoreggia, maggiorana, salvia, sclarea, sambuco, timo; e spezie esotiche, come cannella, cardamomo, chiodi di garofano, coriandolo, noce moscata, vaniglia, zafferano.

IL VINO DEI FARMACISTI

La fama del Vermouth è indissolubilmente legata al Piemonte e a Torino in particolare, dove, alla fine del 1700, la preparazione di questo vino aromatizzato era un’arte. Veniva confezionato soprattutto da farmacisti e “speziali”, che utilizzavano le loro conoscenze farmacologiche per estratti corroboranti e profumati, veri e propri elisir spacciati come panacea tutti i mali.  Verso la metà dell’800, la prima ondata di industrializzazione incluse anche il Vermouth, che cominciò ad essere prodotto in grandi quantità. Le antiche ricette “dei farmacisti” divennero la base per produrre un aperitivo di largo consumo, che agli inizi del nuovo secolo divenne una moda torinese e poi italiana. Fu grazie ai primi imprenditori sabaudi che il Vermut venne esportato oltre confine, suscitando immediato successo e infinite imitazioni. In Francia diventò «Vermouth» e, con questa denominazione, acquistò rinomanza un po’ ovunque. Negli Stati Uniti, dove la miscelazione stava diventando sempre più importante, il Vermouth divenne uno degli ingredienti principali di moltissimi cocktail. Il successo portò ad una nascita incontrollata di vini amaricati con infusione di erbe e spezie, tra cui molti vini chinati e gli Americani, vini a base Vermouth con un’aggiunta di bitter, ovvero una componente più amara.

LA (QUASI) SCOMPARSA

Dopo il boom del Vermouth di inizio ‘900, la produzione andò scemando nel dopoguerra. In anni recenti, alcuni grandi produttori chiusero i battenti, altri decisero di rinunciare al nome Vermouth a favore di prodotti più zuccherini e «facili».  Le ricerche di mercato parlavano di un progressivo calo dei consumi di alcolici a grado elevato e della predilezione del consumatore per un bere più leggero e morbido. Il Vermouth divenne (quasi) un ricordo, tornando ad essere consumato nei bar di paese, da nostalgici o appassionati.

LA RIVINCITA DEL VINTAGE

Gli anni 2000 e il trionfo dell’estetica vintage, con l’annessa ricerca di prodotti rari ed autentici, ha riportato il Vermouth alla sua antica gloria. Non più un prodotto massificato, ma un vino aromatizzato dove antiche ricette e perizia artigianale si fondono a creare un prodotto unico, in cui vitigno d’origine ed essenze autoctone hanno il loro giusto bilanciamento. Il Vermouth ri-diventa il simbolo della miscelazione italiana, che aveva dominato l’inizio del XX secolo. Un ritorno alle origini che ha affascinato soprattutto i nuovi mixologist statunitensi, guidandoli alle origini del cocktail. Non è un caso che negli ultimi cinque anni siano fioriti decine di nuovi brand, e che gran parte delle cantine storiche abbiano recuperato le ricette di famiglia. Il Vermouth nacque come vino aromatizzato casalingo, da consumare con i parenti o in occasioni speciali: oggi, in una veste più ricercata, recupera le sue origini di esclusività, stile italiano, sintesi perfetta di tradizione e innovazione.

vermouth pubblicità vintage

Classica pubblicità di Vermouth: oggi questo stile vintage viene recuperato per le etichette e le confezioni

IL NOME

Vermouth o vermut deriva temine tedesco “wermut” utilizzato per definire il suo principale aromatizzante l’Arthemisia Absinthum, volgarmente detta artemisia. Americano, invece, sembra risalire all’italianizzazione del temine piemontese vin amaricà ovvero «vino reso amaro».

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