Stop alle discriminazioni sul «palato», intervista alla Ragazza che Beve

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Lei si chiama Valentina Crucil, ma per tutti è la Ragazza che Beve.

«Un nome che nasce per gioco», racconta, ma prosegue molto seriamente sul Web (con il suo sito e la pagina Instagram). Valentina è un’influencer del buon bere, delicata e professionale, in un mondo dominato da uomini che sciabolano champagne.

Ma non è solo questo.

Valentina è un’imprenditrice che ama sinceramente l’enogastronomia e ha saputo trasformare la sua passione per i cocktail in una professione digitale dando vita ad una Guida ai bar d’Italia che si consulta sullo smartphone e, oggi, svolge consulenze per i brand del settore.

Abbiamo intervistato Valentina Crucil perché il suo punto di vista sui distillati è libero da pregiudizi. Soprattutto, è un punto di vista inedito, da vera appassionata.

Valentina, chi è la Ragazza che Beve?

La Ragazza che Beve è un nome buffo e strano che nasce per passione e per gioco nel luglio 2017. L’intero progetto viene gestito da me al 100% assieme ad altri collaboratori che negli anni sono stati integrati per via dell’aumento delle consulenze. Ho iniziato applicando le mie competenze in Marketing e Digital Marketing, acquisite all’università IULM di Milano, nel settore della Bar Industry, in via di espansione e molto giovane.

Quando nasce la tua passione per il buon bere?

Da piccola (cosa che faccio ancora oggi) i miei genitori mi facevano fare il tour delle osterie e delle trattorie dell’Emilia-Romagna, la mia regione d’origine. Da lì ho appreso la passione e la voglia di rimanere nel settore gastronomico, applicandola però in un mercato più nuovo e frizzante, ovvero quello della miscelazione e dei cocktail bar.

E oggi, di cosa ti occupi?

Mantengo vivi i canali di comunicazione ed interazione con gli utenti che vanno dal mio sito web all’App mobile La Ragazza che Beve, la guida ai bar d’Italia, passando ovviamente dai contenuti social. Molto tempo viene dedicato alle consulenze alle aziende che hanno necessità di ridefinire o definire da zero, se sono agli esordi, il loro business. Mi è possibile offrire consulenze di business grazie alle competenze apprese al MBA di Bologna Business School che mi ha formato come figura manageriale a 360°.

Il mondo degli alcolici è spesso associato ad un immaginario maschile, è duro essere una donna che insegna a “bere” (anche agli uomini)?

Mi sento di dire di sì, soprattutto perché il mondo del bartending, in Italia, è associato ancora molto alla figura maschile. Diverso è all’estero. Qui ci sono donne barman, ma credo che ancora non abbiamo potuto trovare il loro spazio, anche se ogni giorno sono sicura che lottano per conquistarlo. Tuttavia è inappropriato definire il mondo degli alcolici esclusivamente “maschile”, poiché il buon bere, come il buon cibo, è apprezzato da ogni palato ed ogni bocca ha le sue preferenze. È infatti uno stereotipo affermare che le donne “bevono solo cocktail dolci o leggeri”. Tutti siamo in grado di poter apprezzare un buon distillato e riconoscere i sapori, gli aromi e le sensazioni che ci suscita, basta solo allenarsi a bere bene.

Instagram è esploso con le immagini del cibo e ora anche il mondo degli alcolici chiede la sua parte. Come si comunicano efficacemente il settore wine&spirit su questa piattaforma?

Come contenuti, i drink o i calici di vino sono molto simili al food, sia dal punto di vista fotografico (che richiede una certa abilità per scattare con la giusta luce e trasmettere la vera intensità di colori), sia dal punto di vista dello storytelling. Vino, drink e food vanno d’amore e d’accordo: sto infatti aspettando da anni che si possa in Italia pasteggiare con un drink come usanza condivisa da tutti, al posto o in alternativa del classico e più conosciuto calice di vino. Le regole generali dei social valgono anche per i drink, ovvero è necessario comunicare ciò che chiede e vuole il target di riferimento (il tuo pubblico), con testi e foto che attirano l’attenzione, usando i nuovi strumenti che Instagram mette a disposizione a cui è difficile anche starci dietro da Instagrammer.

Quanto conta l’estetica nel fotografare cocktail e vino? E cosa cerca un suo follower dai suoi contenuti?

L’estetica purtroppo, o per fortuna, conta sempre a mio parere. Ma la cosa più importante è saper trasmettere un messaggio che vuole essere ascoltato. Per tale motivo è fondamentale ascoltare le richieste e i desideri dei followers, per capire cosa vogliono sentirsi dire e in che modalità. Parlo per il mio ambito specifico e penso che comunicare i drinks non sia facile, perché il pubblico ancora è un po’ distante. Avvicinarlo ad una cultura dei bar e della mixology di un certo livello, non in termini di spesa ma di qualità, è davvero una sfida. Significa infatti comunicare nozioni e contenuti che ancora non fanno parte della cultura di massa, ma che spero nel prossimo futuro possano diventarlo.

Se ti dico Grappa, cosa ti viene in mente?

Sarò sincera, inizialmente un’idea di bevuta non adatta ad un target giovanile od anche non per il largo pubblico. Nel mio immaginario è un prodotto molto storico che rimane consumato a fine pasto solo da pochi “eletti”, perché più complesso di altri, magari. Però poi mi vengono anche in mente i numerosi tentativi ed anche successi di diverse illustre e storiche aziende italiane che stanno “svecchiando” la concezione che si ha della grappa, per esempio usandola nella mixology. Trovo questa strada un’ottima idea per riposizionare il prodotto grappa in un mercato differente da quello in cui è nato molti anni fa.

Alle donne piace davvero la grappa, o fanno solo finta?

A me personalmente piace se miscelata, faccio un po’ fatica ad approcciarmi ad un bicchiere di grappa liscia… Può essere che piaccia, può essere che non piaccia. Come dicevo all’inizio nella prima domanda, ritengo che non debbano essere fatte discriminazioni di sesso per i gusti che si ha sugli alcolici, ogni palato è infatti differente e ha la capacità di apprezzate gusti e profumi strong o light in maniera diversa.

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