A Natale ci vuole il giusto «spirito»!

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Un bel viaggio quello della parola «spirito».

Utilizzata dai latini per indicare il «soffio del vento» (spirare), nel Medioevo il significato cambia e viene associato a tutto ciò che, proprio come il vento, è percepibile ma non osservabile direttamente.

Lo spirito non è destinato al senso della vista ma a quello della pelle e del naso. E gli “spiriti” delle dottrine filosofiche medievali erano proprio le energie che alimentavano i vari organi del corpo, invisibili eppure presenti. Fu in quel periodo che l’espressione «senza spirito» venne utilizzata per indicare la mancanza di vitalità.

Nel XIII secolo, «spirito» è il termine utilizzato nei manuali di alchimia per la distillazione dell’alcool, materia eterea, potente e misteriosa. È la parola araba «alcool» ad aver prestato il suo significato ai “maghi cristiani” che, d’altra parte, studiavano distillazione proprio dai testi degli “infedeli”, tecnologicamente molto più avanzati e competenti. Al-kuhl designava in origine qualsiasi tipo di «polvere impalpabile», dunque essenza non tangibile. Fu così che da «alcool» si passò a «spirito».

Il termine fungeva ormai per due scopi: da una parte descriveva l’impalpabilità e la purezza del processo di distillazione (si otteneva alcool a partire da frutta fermentata, ovvero qualcosa di “puro” dalla materia, considerata “vile” per sua stessa natura); dall’altra, il liquido così ottenuto, era in grado di connettersi con il corpo in maniera del tutto particolare, producendo ebbrezza e toccando corde così intime che nessun’altra bevanda era in grado di fare.

Non dimentichiamoci, infine, che alcool e medicina furono un tutt’uno fino agli albori del ‘900. Grazie all’alcool si estraevano i principi curativi delle erbe che potevano guarire gli «spiriti» del corpo, comprese le malattie dell’animo.

UNO SPIRITO SUPERIORE

Oggi, dunque, quale «spirito» ci vorrebbe per Natale?

Noi di Marolo vorremmo consigliarvi qualcosa di straordinario, di prezioso e di unico. Uno «spirito» la cui purezza nasce dalla stessa materia prima che viene conservata da una attenta distillazione. Stiamo parlando della Grappa di Barolo Cannubi (vendemmia 2013), apice di un ambizioso progetto che mira a creare Grappe single vineyard dai migliori cru delle Langhe.

La Grappa di Barolo Cannubi è qualcosa di irripetibile. A partire dall’annata. Di fatto, è una grappa da vinacce di nebbiolo da Barolo distillate nel 2013, dunque espressione di una precisa stagione vendemmiale. A cui si unisce l’unicità del cru da cui è ottenuta. Si tratta infatti di vinacce provenienti dalla Menzione Geografica Aggiuntiva Cannubi, l’appezzamento più storico, blasonato e prestigioso della menzione Barolo.

Cannubi è unanimemente considerato il vigneto “benedetto” delle Langhe, quella porzione di territorio che ha saputo rappresentare lo «spirito» più autentico del Re dei vini. Geograficamente, è posto alla confluenza delle due principali “zone geologiche” del Barolo: l’elveziano di Monforte d’Alba, Serralunga d’Alba e Castiglione Falletto (che dona corpo e struttura); e il tortoniano di La Morra e Verduno, la cui principale caratteristica è la finezza.

Da questa “armonia della complessità” nascono Barolo eccezionali, premiati dalla critica e ricercati dai collezionisti. Ma nasce anche la Grappa di Barolo Cannubi di Marolo, che attraverso una delicata distillazione a bagnomaria coglie l’anima più profonda del luogo consegnandoci uno «spirito» che non smetterà di stupire.

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