Storia del cocktail, l’epoca contemporanea

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Dopo aver analizzato le ragioni e le invenzioni che hanno spianato la strada alla creazione dei cocktail e dopo aver individuato le radici della mixology moderna, è ora di fare un tuffo nel contemporaneo e capire perché e come beviamo i cocktail oggigiorno.

Il cocktail fu, per lungo tempo, dominio e delizia del popolo statunitense, figlio dell’estro e del genio del professor Jerry Thomas, che per primo pubblicò un libro sull’arte della mixology.

Il proibizionismo però, causò una vera e propria diaspora dei baristi a stelle e strisce, che, o cambiarono mestiere, o divennero criminali, oppure, scelta assai più saggia, decisero di operare all’estero. Ecco che l’arte di Thomas, filtrata dalla moda europea dell’aperitivo (nata in Italia con il Vermouth) dà origine a quel mix esplosivo di “voglia di bere qualcosa di forte” e “voglia di bere qualcosa di buono”, facendo incontrare le ottime materie prime europee e la creatività dei bartender statunitensi.

Ma per capire i cocktail contemporanei dobbiamo fare un salto indietro, e precisamente agli anni del Futurismo.

LA POLIBIBITA

Nato come movimento per “dare la scalata al cielo”, il Futurismo fu un’avanguardia desiderosa di fare piazza pulita di ogni forma d’arte del passato, classica o tradizionale. Il movimento capitanato da Filippo Tommaso Marinetti coinvolse la letteratura, la pittura, la scultura, ma anche la musica, l’architettura e – udite, udite – la cucina.

Marinetti e Fillia, pseudonimo di Luigi Colombo, scrissero nel 1931 un libello chiamato La cucina Futurista, ultima ma non meno importante battaglia contro l’«alimento amidaceo» (cioè la pastasciutta), colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo».

Combattere la “pastasciutta” voleva dire abbattere qualsiasi conformismo enogastronomico, compresa la moda dell’aperitivo a base Vermouth che allora spopolava nelle città della Belle Epoque. Dunque ecco le “polibibite” futuriste prendersi la scena: estroversi e complessissimi mix di alcolici e eterogenei ingredienti, che comprendevano frutta, miele, spezie, infusi, fiori, bacche ma anche prosciutto crudo, parmigiano, foglie di lattuga cioccolato liquido e molto altro.

La più grande lezione della polibibita futurista fu quella di sciogliere il bere dalla sete e la sete dalla convivialità. Non si beveva più per alimentarsi o saziarsi, neppure per stare insieme: si beveva con la mente, costruendo il gusto del cocktail prima che con la lingua, con l’intelletto, progettando la bibita in funzione di una idea, non di un sapore, meno ancora di una moda.

Le polibibite futuriste, difatti, furono divise secondo categorie funzionali, decise a priori: le decisoni (polibibite caldo-toniche per prendere decisioni importanti), le inventine (polibibite rinfrescanti e lievemente inebrianti per trovare idee nuove), le prestoinletto (polibibite riscaldanti invernali), le paceinletto (polibibite sonnifere) e le guerrainletto (polibibite afrodisiache e fecondatrici).

Ancora oggi, i grandi mixologist guardano alle polibibite con una certa invidia, scorgendo in esse la libertà della fantasia applicata alla scienza della cucina.

IL CINEMA E LA SOCIETÀ DI MASSA

Ma il cocktail incominciò davvero il suo percorso verso il successo planetario quando divenne uno status symbol della nuova società di massa post-industriale.

Fu il cinema, più di ogni altra arte, a plasmare l’immaginario collettivo. Banconi in radica, penombra, luci discrete, il fumo delle sigarette, il cuoio delle poltrone, gli scrittori e gli intellettuali, le donne fatali e i barman chiacchieroni. E poi Casablanca e James Bond, il Grande Gatsby e Colazione da Tiffany, il Grande Lebowski e Sex and The City.

Le pellicole, soprattutto americane, hanno associato il cocktail e il suo rito a un fare nobile, elegante, distinto, ma, nello stesso tempo, profondamente vitale e un anche un po’ traviato. Insomma, un’abitudine adatta a tutti, belli e dannati, modaioli e ribelli.

Il Martini, forse inventato dallo stesso Jerry Thomas, conobbe la sua vera consacrazione grazie ai film di 007, e divenne il giulebbe di personaggi famosi, politici e intellettuali quali Humphrey Bogart a Winston Churchill, Ernest Hemingway, talmente affezionato a questo cocktail da abbinare il suo nome ad una particolare variante. Ordinare un Martini, sedersi al bancone di un bar, oppure sorseggiarlo ammiccando alle avventrici significava imitare, almeno per qualche momento, la vita delle celebrità, i loro modi e valori, secondo canoni riscritti dai mezzi di comunicazione.

IL COCKTAIL CONTEMPORANEO, TRA LOCALISMO E INSTAGRAM

Oggi il mondo dei cocktail non è più segnato da un’imitazione così spinta dei modelli proposti, ma dal giusto equilibrio tra estro futurista e moda. I barman del momento si fanno chiamare mixologist, ovvero professionisti della miscelazione. Vivono sospesi tra la voglia di creare cocktail di successo planetario e bevande irripetibili, che possono essere gustate unicamente al loro bancone.

Una tendenza all’esclusività che ha portato la moderna mixology a investire le sue migliori risorse nella ricerca degli ingredienti e nella scienza degli abbinamenti. Il cocktail rappresenta la firma del suo creatore, ma è anche studio del giusto accostamento con il cibo. È popolare, beverino, sempre piacevole, ma contiene al suo interno formulazioni e tecniche speciali, magari ingredienti unici, locali, a km0. L’iperlocalismo è forse uno dei dogmi contemporanei che vuole equiparare i cocktail ai vini, figli del loro territorio e di materie prime la cui origine è nell’orto coltivato sotta case.

Nell’epoca dei social, tuttavia, il cocktail deve fare un passo in avanti e abbracciare il senso più sviluppato del momento: la vista. La ricerca estrema dei mixologist contemporanei sposta l’attenzione dal gusto all’aspetto, celebrando il colore e la composizione. D’altra parte non si può mancare l’appuntamento con Instagram, i cui drinkstagrammer, i fotografi del bere, superano le 32 milioni di visualizzazioni al giorno con gli hashtagh #cocktail e #cocktails.


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